Novembre: tra Halloween e tradizioni nostrane

È il 2 Novembre ed è “la festa dei morti”. Ormai tutti (o quasi), qualche giorno prima, festeggiano Halloween travestendosi da zombie, vampiri, etc… con le immancabili zucche intagliate che coronano il tutto.

I più “tradizionalisti” pensano che Halloween sia una “festa importata”, che le zucche facciano parte di una tradizione pagana celtica, e non hanno tutti i torti, però… sapevate che anche noi abbiamo “qualcosa di simile”?

E se Jack – O’ – Lantern fosse in realtà “Giacomino u lanternaru”?

Anche noi abbiamo a che fare con le zucche!

Infatti, i nostri nonni ed i nostri bisnonni festeggiavano già questa festa, che spesso si protraeva per tutto il mese di Novembre.

Ma come è possibile? Come può una regione come la Calabria avere una tradizione comune ai paesi anglosassoni?

Una ipotesi è quella che la tradizione sia stata importata dai soldati americani/inglesi durante la seconda guerra mondiale, ma ci sono delle fonti speciali (i nostri nonni e genitori) che testimoniano come certe usanze siano esistite ben prima della seconda guerra mondiale.

 

Ecco cosa succedeva in vari paesi della Calabria.

 

 

La zucca e la “testa di morto”

In molti paesi, specialmente quelli montani, c’era l’usanza di prendere una zucca: la si svuotava della polpa e dei semi, la si “intagliava” ricavando due buchi per gli occhi, la bocca ed il naso a mo’ di teschio e gli si metteva una candela accesa al suo interno. Sempre che ci si ricordasse di mettere da parte una zucca perché, per via della povertà, spesso venivano consumate prima.

A seconda dei paesi, e dunque del dialetto (si, non esiste “il Calabrese” come lingua, ma ogni paese ha il suo dialetto con proprie espressioni linguistiche e regole grammaticali), questa zucca ha un nome. A Serra San Bruno ad esempio si chiama “u cuòcculu du mùartu” (la testa di morto, appunto).

I bimbi giocavano e si divertivano a vedere ed ad “usare” la zucca. Mio padre ad esempio, che è cresciuto in strada e si divertiva parecchio con gli amici a fare scherzi alla gente, faceva una cosa ancor più “simpatica”: non appena incominciava a fare buio prendeva questa zucca e la metteva sull’uscio di una porta di casa, suonava il campanello e si nascondeva. Immagina le grida che emetteva il malcapitato appena vedeva la zucca… e non chiedeva prima “dolcetto o scherzetto?”, faceva direttamente lo scherzetto e la “ricompensa” erano le urla di spavento (non era meglio chiedere un po’ di dolci?).

 

 

Il racconto di Nonna Teresa

I ricordi di mia nonna invece sono leggermente diversi.

Siamo a Cicala, un piccolo paesino di montagna nella Sila catanzarese, al confine con la Sila cosentina.

Mia nonna è del 1924, gli anni fra le due guerre mondiali (molto prima che venissero gli americani quindi…) ed i fatti che racconterò a breve si collocano quando Teresa (il suo nome) era bambina.

Le persone erano felici ma povere; c’erano molti contadini e piccoli allevatori in paese, molto analfabetismo (a parte qualche funzionario, il prete, il maestro e qualche altra persona, il resto della popolazione non sapeva né leggere né scrivere).

A novembre faceva freddo, molto freddo; è il tempo delle castagne, ma questo lo vedremo tra poco. è anche il mese dedicato al ricordo dei cari defunti, ovvero, “il mese dei morti”.

Ecco cosa ricorda nonna di cosa accadeva in questo mese.

 

“Da noi mamma aveva l’abitudine, nel giorno dei morti, di mettere una candela accesa accanto alla finestra per le anime dei defunti, specialmente per l’anima di mia sorella. È morta bambina. Era bella, tanto bella, talmente tanto che tutti si voltavano a guardarla. Aveva certi occhi azzurri!

Mamma metteva la candela sul davanzale per lei così, diceva, quando passava di lì (il suo spirito n.d.r.) sapeva che la pensavamo ancora, che non ci eravamo dimenticati di lei…

Questo lo aveva imparato dagli “antichi” (i nonni e chi prima di loro, n.d.r.) che in quella sera accendevano una candela e la mettevano sul davanzale della finestra, così poi passavano i morti e gioivano nel sapere che c’era ancora chi si ricordava di loro.

In quei giorni, noi piccoli ci divertivamo a vedere i grandi che prendevano una zucca, la svuotavano della polpa e dei semi, la intagliavano come a raffigurare un teschio con gli occhi cupi, e ci mettevano una candela di dentro. Ma se la zucca non la mettevi da parte riservandola per l’occasione, non la trovavi più: veniva mangiata per via della fame che c’era in quei tempi.

 

Per tutto novembre, poi, si andava a Messa prima dell’alba, quando era ancora buio. Il prete la celebrava presto perché la gente durante il giorno andava a lavorare ma ci teneva a partecipare alla funzione per rispetto dei defunti. La si ascoltava, poi si tornava a casa per fare colazione, dopodiché si andava a lavorare ed a raccogliere le castagne.

Questo per tutto il mese di novembre. Ci tenevano ad andare a Messa!

Io però non riuscivo ad alzarmi presto, così non andavo. Ma andavo poi con mamma e gli altri a raccogliere le castagne.

Con esse si faceva anche il pane, lo facevano tutti a Cicala. Si faceva come il pane di grano ma invece della farina del grano si usava quella delle castagne, col lievito madre. In quei tempi c’era la fame, non c’era abbondanza di grano come ora, e le persone infornavano molte forme di questo pane per risparmiare. Specialmente le famiglie numerose infornavano sia il pane normale che quello di castagne“allungando l’impasto”, mischiando, cioè, le due farine, altrimenti la farina di grano finiva subito e costava di più comprare il grano rispetto alle castagne.

Però era buono, specialmente quando era bello fresco, di pochi giorni.

Mi ricordo che alla buonanima di mio padre gli piaceva tanto. C’erano le braci nel camino e allora lui tagliava il pane in due e lo riscaldava; quando era tiepido lo metteva in un piatto e ci metteva sopra il pepe e l’olio per condirlo: era così saporito!

 

Faceva freddo in quel periodo e durante il lavoro le persone preparavano le “roselle” (caldarroste, trad.) o le castagne bollite, le mettevano in una ciotolina e questo spuntino serviva sia per mangiare che per scaldarsi. Ci mettevi le mani di dentro e si riscaldavano bene con quel calore.

 

Durante la guerra, questo era il cibo che si mangiava di più, non c’era niente…

Ma questa è un’altra storia…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*